“Dalla giusta distanza”: la Fotografia di Armen Casnati
“Non esiste scorciatoia per raggiungere un luogo dove valga davvero la pena arrivare”, soleva dire Beverly Sills, “regina americana dell'opera” recentemente scomparsa, nota sia per le sue doti canore che per gli importanti ruoli ricoperti presso prestigiose istituzioni culturali statunitensi. Parole come queste sembrano adattarsi perfettamente al lavoro di Armen Casnati, fotografo professionista con una carriera attiva da diversi nel mondo della Moda e del Design, per cui i termini “ricerca”, “approfondimento” e “lentezza” sembrano da sempre preponderanti all’interno del proprio vocabolario progettuale. Nella vita come nell’Arte capita spesso di visitare luoghi - non soltanto fisici - che mai ci si sarebbe aspettati di raggiungere, proprio perchè solo la pratica del viaggiare intesa come “esperienza di ricerca interiore” ci può permettere di osservare il mondo con occhi nuovi. E anche l’immaginazione, in tutto questo, assume un ruolo fondamentale nel processo di ricerca creativa proprio perchè capace di spingerci oltre la realtà oggettiva delle cose. A differenza di chi si ferma di fronte all’aspetto esteriore delle cose, delle architetture, delle città o delle persone (e non solo per fotografarle) Armen Casnati compie sempre un passo indietro: sembra quasi che per conoscere meglio i suoi soggetti necessiti di maggiore distanza, di più tempo, di più rispetto. L’approccio alla base di tutto il suo lavoro fotografico è da sempre frutto di sapiente e umile meditazione: sia il suo soggetto un gioiello prezioso, un edificio anonimo, o un abito di un grande stilista, egli parte da una meticolosa progettazione delle proprie immagini. La necessità di ricerca e di conoscenza “non superficiale” nei confronti del soggetto della sua rappresentazione, con un conseguente cospicuo (ma decisamente efficacie) investimento in termini di tempo e di energia, differenzia il lavoro di Armen Casnati da una buona parte di professionisti-operatori presenti oggi nel panorama della Fotografia italiana. Nell’attuale momento storico, caratterizzato da una realtà virtuale contestuale ma quasi preponderante rispetto a quella fisica, anche la comunicazione visiva sembra assumere caratteristiche fondate sulla velocità ad ogni costo: questa sorta di fobia, che coinvolge e condiziona oggi anche i sistemi di comunicazione interpersonale attraverso il fenomeno del social networking, tende a ripercuotersi anche sul sistema di comunicazione per immagini, in cui ci si affida sempre di più all’ambiente Web sia per l’archiviazione sia per la diffusione delle milioni di immagini prodotte quotidianamente da amatori e professionisti di tutto il modo. Numeri, questi, impensabili solo fino a qualche anno fa da qualsiasi fotografo che oggi, al contrario, non sa ancora sfruttare appieno le molteplici e straordinarie possibilità offerte dalla tecnologia digitale, affidandosi quasi esclusivamente al momento della rapida post-visualizzazione dell’oggetto fotografato. Di cui a volte, egli stesso, è il primo a meravigliarsi. Una genuina “timidezza dello sguardo” quella che caratterizza il lavoro di Armen Casnati, che si pone sempre con un atteggiamento di rispettosa curiosità di fronte al mistero e alle potenzialità, non solo estetiche, di ciò che egli sceglie di fotografare. Una sorta di spaesamento volontario che lo mette in guardia da facili inquadrature, capaci solo di guardare alle cose senza chiavi di lettura approfondite e di rubare voracemente senza mai donare nulla. Al contrario egli, con le immagini proposte nella mostra “Diaframmi Visivi” insieme all’amico e collega Matteo Cirenei, ci fa partecipi delle sue preziose osservazioni, in cui sceglie di esporre anche se stesso e di condividere con tutti noi la sua personalissima visione del mondo. Visitando le stesse città, come Milano, New York e Parigi, che molti di noi hanno conosciuto o vissuto, Casnati utilizza lo stesso lento e meditativo approccio che lo ha spinto ad attraversare la terra dei suoi avi, l’Armenia, per conoscere meglio anche le proprie origini e una parte di sé che, fino ad allora, era appartenuta solo alla tradizione oratoria della propria famiglia. Di fronte ad un grattacielo come il Flatiron Building, icona sia della storia dell’architettura che di quella della fotografia, così come davanti ad un silenzioso e meditativo paesaggio di provincia egli pone tra se e il suo soggetto un filtro che diventa Inquadratura nell’inquadratura: una Visione nella visione tipica solo di chi non si accontenta e, prudentemente ma con altrettanto grande coraggio compositivo, non può che fornirci stimoli costruttivi e un prezioso, personalissimo contributo attraverso una così speciale visione del mondo. Dalla giusta distanza.
Mauro Fiorese